Di Vasco Feligetti –
Lo scontro tra Associazione Nazionale Libera Caccia (ANLC) e Arcicaccia sul Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale segna un punto chiaro: il mondo venatorio italiano è diviso nel momento peggiore possibile.
Arcicaccia ricorre al TAR e ottiene ragione. Il Consiglio di Stato rimette alla Corte Costituzionale una parte della norma che ha consentito la ricostituzione del CTFVN.
Formalmente corretto. Politicamente devastante.
Mentre fuori cresce un fronte che punta a chiudere la caccia, mentre si raccolgono firme e si alimenta una narrazione ostile, noi cosa facciamo? Ci dividiamo nei tribunali.
Dal 1992 in poi la caccia ha perso numeri, peso politico e centralità culturale. Si è accettato un impianto normativo squilibrato, si sono subiti pareri sempre più invasivi di ISPRA, si è preferito gestire l'esistente anziché cambiarlo.
Oggi il problema non è chi ha vinto il ricorso.
Il problema è che dopo trent'anni non esiste una strategia comune. Ogni associazione difende il proprio spazio, la propria identità politica, la propria bandiera, e intanto la caccia arretra.
La domanda è semplice e scomoda:
Vogliamo continuare a regolare i conti tra di noi mentre altri lavorano per farci sparire?
Oppure qualcuno avrà il coraggio di ammettere che la prima riforma necessaria riguarda il nostro modo di rappresentarci?
Perché vincere in tribunale non serve a nulla se nel Paese stiamo perdendo tutto.