Il Boscone della Mesola e il territorio circostante: un patrimonio naturale che sta cambiando

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Cinquant’anni di Mesola

Dal 1976 Roberto Valentini osserva il Boscone della Mesola e il territorio che lo circonda. In questa riflessione racconta come sono cambiati il paesaggio agricolo, la costa e gli habitat che fanno di Mesola uno dei luoghi simbolo della migrazione autunnale del colombaccio.

  È dal lontano 1976, anno in cui ho ottenuto la licenza di caccia, che frequento i territori antistanti al Bosco della Mesola. Ho iniziato praticando la caccia alla selvaggina stanziale e, da diversi anni, mi dedico esclusivamente alla caccia al colombaccio, esercitata nei campi da appostamento temporaneo.

Vorrei partire da una breve introduzione dedicata al Bosco della Mesola, uno degli ultimi boschi planiziali rimasti in Italia, testimonianza delle antiche foreste che, fino a qualche secolo fa, caratterizzavano ampi tratti della costa adriatica.

Situato in provincia di Ferrara, si estende per circa 1.000 ettari e ospita il cervo delle dune, una popolazione autoctona di grande valore naturalistico, discendente del cervo nobile che un tempo popolava la pianura padana. Durante il Rinascimento, gli Estensi amavano frequentare questi luoghi per le loro battute di caccia e fecero edificare il maestoso Castello della Mesola, oggi sede del Museo del Cervo.

Il leccio è una delle specie arboree dominanti, presente sia ad alto fusto sia nella formazione del bosco ceduo. Sono presenti anche pini, frassini, salici, pioppi e altre essenze tipiche della macchia mediterranea.

 

Il colombaccio: arrivi sempre più importanti, ma quale futuro?

Ai primi di ottobre arrivano i primi colombacci, che raggiungono generalmente il culmine del passaggio tra la seconda e la terza decade del mese, con concentrazioni che possono raggiungere diverse centinaia di migliaia di individui, difficili da quantificare con precisione.

Negli ultimi anni, le presenze osservate durante la migrazione autunnale sembrano essere in aumento. Un fenomeno interessante, che testimonia l’importanza di quest’area lungo le rotte migratorie della specie, anche se il numero degli individui in transito, da solo, non è sufficiente per valutare lo stato complessivo della popolazione.

Tra la fine di ottobre e i primi di novembre, quando le condizioni meteorologiche sono favorevoli, molti colombacci ripartono per proseguire la migrazione verso le aree di svernamento. Una parte della popolazione rimane invece sul territorio, con consistenze che variano sensibilmente da un anno all’altro.

Ma, come recita il proverbio, non è tutto oro quello che luccica.

Se da un lato gli arrivi sembrano aumentare, dall’altro il territorio circostante sta cambiando molto rapidamente, con trasformazioni che potrebbero avere conseguenze importanti sulla permanenza dei colombacci e di molte altre specie di uccelli.

 

Una campagna che cambia volto

I terreni coltivati a mais e soia, particolarmente ricercati dai colombacci per alimentarsi, stanno diminuendo drasticamente, lasciando sempre più spazio a colture come barbabietole e carote, considerate più redditizie dagli agricoltori.

Anche il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti. Gli autunni sembrano essere sempre più poveri di precipitazioni e gli agricoltori approfittano dei periodi asciutti per arare le stoppie di mais e soia, ripulire i fossi e trinciare l’erba.

Il risultato è una campagna sempre più spoglia, nella quale gli spazi disponibili per l’alimentazione e il rifugio della fauna selvatica tendono a ridursi. Anche la rotazione delle colture sembra accelerare, contribuendo a modificare ulteriormente il paesaggio agricolo.

Nella pianura della bassa ferrarese sono inoltre scomparsi quasi completamente i pioppeti, un tempo presenti in gran quantità. Questi ambienti rivestivano un ruolo importante per numerose specie di uccelli, sia migratori sia stanziali, offrendo luoghi di sosta, rifugio e alimentazione.

Anche i pochi alberi rimasti nelle campagne vengono talvolta abbattuti senza una reale attenzione al loro valore ambientale, quasi fossero soltanto un ostacolo alle lavorazioni agricole e alla produttività dei terreni.

Eppure, siepi, alberature, boschetti e pioppeti rappresentano elementi fondamentali per mantenere la biodiversità e garantire alla fauna selvatica ambienti diversificati in un paesaggio agricolo sempre più intensivo.

 

Il mare avanza e il territorio arretra

A preoccupare ulteriormente è la situazione del tratto costiero compreso tra la foce del Po di Goro e la foce del fiume Reno, interessato da fenomeni di erosione costiera e ingressione marina.

Il mare avanza, il cuneo salino penetra sempre più nell’entroterra e alcune pinete sono sottoposte a condizioni ambientali sempre più difficili, con conseguenze sulla loro sopravvivenza.

È un processo complesso, legato a diversi fattori, tra cui l’innalzamento del livello del mare, la subsidenza e la riduzione dell’apporto di sedimenti. Il paesaggio costiero è in trasformazione e non possiamo ignorare le possibili ripercussioni sugli ecosistemi.

Il mare sembra riprendersi lentamente spazi che un tempo erano suoi. Di fronte a questi cambiamenti, viene spontaneo chiedersi per quanto tempo il Bosco della Mesola potrà conservare le caratteristiche ambientali che lo rendono così prezioso.

 

Qualcosa si può ancora fare

Di fronte a questa situazione, non credo che si debba soltanto assistere passivamente al cambiamento. Alcune azioni concrete sono possibili.

Una delle prime sarebbe incentivare gli agricoltori a lasciare, dove le condizioni lo consentono, parte dei terreni e delle stoppie incolti durante la stagione invernale, così da offrire agli uccelli stanziali e migratori maggiori opportunità di alimentazione.

Mantenere stoppie, residui colturali, siepi e piccoli appezzamenti non lavorati può contribuire a migliorare la disponibilità alimentare e la qualità degli habitat, soprattutto nei periodi più difficili dell’anno.

Servirebbe un progetto organico di recupero ambientale, sostenuto dagli Ambiti territoriali di caccia, dalla Provincia, dalla Regione e dall’Ente Parco. Purtroppo, a mio giudizio, l’impegno complessivo delle istituzioni su questo fronte appare ancora insufficiente.

Va riconosciuto, tuttavia, il lavoro di un piccolo Ambito territoriale di caccia che si sta prodigando per individuare agricoltori disponibili a lasciare le stoppie di mais durante l’inverno. Un’iniziativa che meriterebbe maggiore attenzione e che potrebbe diventare un esempio da estendere ad altre aree.

Non si tratta soltanto di favorire il colombaccio, ma di recuperare un equilibrio tra attività agricole, tutela del paesaggio e conservazione della fauna selvatica.

 

Mesola: sempre più un luogo di arrivi e partenze?

Dopo tanti anni trascorsi in questi territori, ho visto cambiare profondamente la campagna, le coltivazioni e gli ambienti che circondano il Bosco della Mesola.

Oggi possiamo assistere a passaggi migratori di colombacci straordinari per numero e intensità. Sono spettacoli naturali che emozionano e che ci ricordano quanto quest’area sia importante lungo le rotte migratorie.

Ma non dobbiamo limitarci a osservare gli arrivi e le partenze. Dobbiamo anche chiederci quali condizioni troveranno questi uccelli quando arriveranno e quali risorse saranno disponibili per quelli che decideranno di fermarsi.

Il futuro del colombaccio a Mesola non dipende soltanto dalla forza della migrazione, ma anche dalla capacità di conservare e recuperare gli ambienti che la rendono possibile.

La mia speranza è che questa testimonianza possa contribuire ad accendere l’attenzione su un territorio di grande valore naturalistico, prima che le trasformazioni in atto diventino ancora più difficili da affrontare.

Roberto Valentini