Due interrogazioni parlamentari chiedono una ricognizione nazionale delle risorse destinate al sistema faunistico-venatorio e dati scientifici sull’efficacia dei ripopolamenti, sulla sopravvivenza degli animali immessi e sui risultati ottenuti.
SERGIO COSTA, CARAMIELLO, CHERCHI, DI LAURO e ILARIA FONTANA. — Al Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
l’articolo 24 della legge n. 157 del 1992 istituisce un fondo destinato al funzionamento del Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale, alla partecipazione italiana al Consiglio internazionale della caccia e alla dotazione delle associazioni venatorie nazionali riconosciute;
il medesimo articolo stabilisce che il 95 per cento del fondo sia destinato alle associazioni venatorie nazionali riconosciute; il fondo è alimentato, tra l’altro, mediante un’addizionale sulla tassa di concessione governativa connessa alla licenza di porto di fucile per uso di caccia;
negli ultimi anni il Ministero dell’agricoltura ha disposto riparti annuali dell’ordine di un milione di euro; da ultimo, un decreto ministeriale del 29 ottobre 2024 ha disposto il riparto di 1.012.132 euro tra le associazioni venatorie nazionali riconosciute per l’annualità 2022, previa verifica ministeriale della consistenza degli associati dichiarata dalle medesime associazioni;
la legge n. 197 del 2022 ha incrementato di 500 mila euro annui dal 2023 il predetto fondo con la finalità dichiarata di fronteggiare i danni causati dalla fauna selvatica, in particolare dagli ungulati;
anche le amministrazioni territoriali destinano risorse pubbliche al sistema faunistico-venatorio: ad esempio, la regione Lazio ha stimato per il 2024 in 1,2 milioni i proventi derivanti dalle tasse venatorie, destinandone quote agli ambiti territoriali di caccia, alle associazioni venatorie, alla valorizzazione del territorio e ad altri interventi, oltre a prevedere 800 mila euro per gli Atc e 250 mila euro per le associazioni venatorie riconosciute;
gli ambiti territoriali di caccia e gli altri organismi di gestione svolgono inoltre attività onerose per la finanza pubblica, tra cui gestione faunistica, monitoraggio, miglioramento degli habitat, risarcimento dei danni alle produzioni agricole e, in determinati casi, immissioni di fauna a scopo di ripopolamento;
non risulta tuttavia disponibile un quadro nazionale consolidato che consenta di confrontare, per anno e complessivamente, il gettito derivante dalle tasse e dagli altri prelievi connessi all’esercizio venatorio con l’insieme delle risorse pubbliche destinate al finanziamento delle associazioni venatorie, degli Atc e dei comprensori alpini, ai ripopolamenti e alle immissioni di fauna, alla gestione faunistico-venatoria, alla vigilanza, al risarcimento dei danni da fauna selvatica e alle ulteriori attività e spese direttamente o indirettamente connesse all’esercizio della caccia;
la disponibilità di tale rendicontazione appare necessaria per valutare l’effettivo rapporto costi-benefici per la collettività del sistema di gestione dell’attività venatoria e per garantire piena trasparenza nell’utilizzo delle risorse pubbliche –:
quale sia, per ciascuno degli ultimi dieci esercizi finanziari e complessivamente, l’ammontare delle risorse pubbliche statali destinate, a qualsiasi titolo, alle associazioni venatorie nazionali e territoriali, agli ambiti territoriali di caccia e ai comprensori alpini;
quali siano, per il medesimo periodo, le somme erogate a livello nazionale per ripopolamenti, immissioni di fauna, allevamento di selvaggina a fini di ripopolamento, gestione faunistico-venatoria, vigilanza, risarcimento danni da fauna selvatica, studi, monitoraggi e ulteriori attività connesse alla caccia;
se dispongano di elementi, per quanto di competenza, in ordine a quale sia l’ammontare, per ciascun anno, del gettito derivante dalle tasse di concessione governativa e regionali connesse all’esercizio venatorio e da ogni altra entrata riconducibile all’attività venatoria;
se il Governo disponga di elementi, per quanto di competenza, in ordine a una quantificazione del saldo tra le entrate pubbliche generate dall’attività venatoria e la spesa complessivamente sostenuta dalle amministrazioni pubbliche per il relativo sistema di gestione e, in caso contrario, se intenda predisporre una ricognizione nazionale annuale, omogenea e pubblicamente consultabile;
quali iniziative intendano assumere affinché siano resi pubblici, in forma disaggregata e verificabile, i beneficiari, gli importi, le finalità e i risultati dei finanziamenti pubblici nazionali destinati al sistema venatorio, assicurando che l’impiego delle risorse sia valutato anche sotto il profilo dell’effettiva utilità per la tutela della fauna selvatica, della biodiversità e dell’interesse generale.
(4-09413)
CARAMIELLO, CAPPELLETTI, SERGIO COSTA, CHERCHI e DI LAURO. — Al Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, al Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
la legge 11 febbraio 1992, n. 157, pone la conservazione della fauna selvatica e la riqualificazione delle risorse ambientali tra le finalità della pianificazione faunistico-venatoria e prevede piani di immissione e istituti destinati alla riproduzione naturale della fauna;
nel Veneto il Piano faunistico-venatorio regionale 2022-2027 prevede numerosi Ambiti territoriali di caccia (Atc) e Zone di ripopolamento e cattura (Zrc);
la regione Veneto ha dichiarato che nel triennio 2020/2021-2022/2023 sono state immesse mediamente circa 27.000 starne l’anno, mentre dai tesserini venatori risultano mediamente circa 6.700 prelievi annui, con un rapporto prelievo/immissioni di circa il 26 per cento; la medesima regione sostiene che tecniche di pre-ambientamento e l’impiego di soggetti di origine appenninica avrebbero favorito nuclei stabili di starna, in particolare nel Rodigino;
la documentazione scientifica e tecnica disponibile evidenzia che le attività di ripopolamento e restockinq possono produrre, accanto a possibili effetti positivi, anche effetti indesiderati sulle popolazioni selvatiche autoctone, quali modificazioni demografiche e comportamentali, omogeneizzazione genetica, introduzione di geni non locali, perdita di adattamenti locali e diffusione di agenti patogeni;
le linee guida tecniche elaborate dall’Ispra, sottolineano l’importanza della caratterizzazione genetica dei riproduttori, della conservazione della diversità genetica e della certificazione sanitaria degli animali destinati al ripopolamento;
la liberazione di fauna allevata può inoltre comportare rilevanti tassi di mortalità nelle fasi immediatamente successive all’immissione, rendendo essenziale la disponibilità di dati affidabili sulla sopravvivenza degli animali, sulla dispersione, sulla predazione, sulla capacità di adattamento e sull’effettivo ingresso dei soggetti immessi nelle popolazioni selvatiche;
non risulta disponibile un quadro nazionale omogeneo che colleghi, per ciascun Atc, razionalmente e strutturalmente i dati relativi ad animali immessi, provenienza, costi, sopravvivenza, riproduzione, ricatture e prelievi, in modo da poter valutare scientificamente l’opportunità di proseguire una pratica innaturale e potenzialmente dannosa per gli equilibri ecosistemici –:
quale sia, nel periodo 2020-2025, il quadro complessivo delle immissioni di fagiani, lepri e starne effettuate nel territorio del Veneto, con particolare riferimento alla consistenza, all’origine dei soggetti immessi e alle modalità di controllo sotto il profilo genetico e sanitario;
se siano disponibili evidenze scientifiche e dati di monitoraggio idonei a chiarire la sorte e la sopravvivenza dei soggetti immessi non successivamente rilevati nei prelievi, nonché a valutare l’eventuale contributo alla conservazione e all’incremento delle popolazioni selvatiche, anche alla luce dei censimenti condotti nelle zone di ripopolamento e cattura;
quali risorse pubbliche siano state destinate dagli Atc veneti alle immissioni e, separatamente, ai miglioramenti ambientali;
se risulti che siano stati valutati gli effetti delle immissioni sugli equilibri ecosistemici, con particolare riferimento a competizione con popolazioni selvatiche, omogeneizzazione genetica, perdita di adattamenti locali e introduzione o diffusione di patogeni;
se il Governo intenda promuovere, d’intesa con Ispra e regioni, una banca dati nazionale, pubblica e annualmente aggiornata, che renda comparabili immissioni, costi, censimenti, catture, prelievi e risultati biologici degli Atc e delle Zrc.
(4-09426)
