LA LEGGE 157/92 HA UCCISO LA CACCIA?

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Da una caccia vissuta sul territorio alla selvaggina da allevamento: il percorso che rischia di trasformare il cacciatore in semplice consumatore

Prima del 1992 la caccia italiana era regolata dalla legge 968 e il territorio era profondamente diverso da quello che conosciamo oggi.

Esistevano le Riserve di caccia, grandi territori gestiti prevalentemente da proprietari e possidenti che disponevano delle risorse necessarie per conservarli, curarli e mantenerli in condizioni favorevoli alla fauna. Erano territori nei quali la selvaggina poteva trovare tranquillità, rifugio e condizioni naturali per riprodursi. E questo aveva una conseguenza che oggi sembra quasi appartenere a un altro mondo: la fauna non era soltanto quella che il cacciatore incontrava durante la giornata di caccia. Era presente tutto l’anno.

Le Riserve costituivano, in molti casi, veri e propri serbatoi faunistici.

La fauna stanziale e quella migratoria trovavano territori nei quali la pressione venatoria era assente o fortemente limitata. Gli animali si riproducevano e una parte di quella popolazione si irradiava naturalmente nei territori circostanti. Per il cacciatore bastava spesso percorrere una strada poderale, attraversare un bosco, costeggiare il confine di una Riserva per incontrare un animale vero. Non un animale liberato qualche ora prima, non un animale allevato in voliera, non un capo destinato a diventare semplicemente una preda. Questa era la caccia che molti di noi hanno conosciuto.

Poi arrivò la legge 157/92.

E con essa cambiò radicalmente il modello di gestione faunistico-venatoria. Molte delle vecchie Riserve furono trasformate in Aziende faunistiche venatorie. Altri proprietari, venuto meno il precedente modello, abbandonarono la gestione faunistica dei propri terreni oppure indirizzarono le loro proprietà verso le Aziende agri-turistico-venatorie. E qui cominciò, a mio avviso, una trasformazione culturale ancora più profonda. Dalla gestione della gestione della fauna alla produzione di selvaggina. Quando la selvaggina allevata e immessa sul territorio diventa una componente sempre più importante dell’attività venatoria, inevitabilmente cambia anche il significato della caccia. Il cacciatore non viene più necessariamente chiamato a cercare ciò che il territorio produce. Può essere chiamato, semplicemente, a prelevare ciò che l’uomo ha prodotto. È una differenza enorme. Perché la caccia autentica nasce dal rapporto tra uomo, territorio, animale selvatico, ambiente e imprevedibilità.

Il selvatico non è programmabile, non si ordina, non si produce secondo un calendario industriale, non si acquista come un qualsiasi prodotto. Ed è proprio questa imprevedibilità che ha fatto della caccia una passione per generazioni di uomini.

CHE COSA ABBIAMO PERDUTO?

Con il progressivo abbandono di una parte della gestione territoriale che caratterizzava le vecchie Riserve, abbiamo perso anche quei grandi serbatoi naturali che permettevano alla fauna di riprodursi e irradiarsi nei territori circostanti. Naturalmente non sarebbe corretto attribuire tutto questo esclusivamente alla legge 157/92. In questi decenni sono cambiati profondamente anche l’agricoltura, il paesaggio rurale, la gestione dei boschi, l’uso del territorio e le condizioni ambientali. Ma proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda:

La legge che avrebbe dovuto conservare la fauna ha realmente costruito un sistema capace di produrre più selvatico?

Perché oggi possiamo guardare il territorio italiano e constatare una realtà difficile da negare: in molte zone la fauna selvatica è diventata sempre più rara, mentre la fauna allevata e immessa ha assunto un ruolo sempre più importante nell’attività venatoria. È questa la grande contraddizione.

E ADESSO ARRIVA IL NUOVO DDL

Ed è qui che la discussione sul nuovo DDL diventa ancora più importante. Dopo più di trent’anni di applicazione della 157/92, invece di domandarci perché la caccia abbia perso centinaia di migliaia di praticanti e perché il selvatico sia diventato così prezioso e raro, rischiamo di imboccare una strada ancora più lontana dalla caccia tradizionale. Una strada nella quale la produzione di selvaggina potrebbe assumere un peso sempre maggiore. Ma siamo sicuri che questa sia la soluzione? Se il futuro della caccia sarà quello di trovare nel territorio animali prodotti dall’allevamento, alimentati con mangimi e immessi per essere abbattuti, che cosa resterà della caccia?

IL CACCIATORE NON VUOLE POLLI DA CACCIA

Il cacciatore che ha conosciuto il selvatico non cerca semplicemente qualcosa da abbattere, cerca l’emozione dell’incontro, cerca il cane che ferma un animale, cerca le tracce, cerca il bosco, cerca il vento, cerca la migrazione, cerca quel momento imprevedibile nel quale un animale selvatico appare davanti a lui. È questo che rende la caccia una passione. Se sostituiamo tutto questo con la produzione di animali destinati alla vendita e all’immissione, non avremo salvato la caccia. Avremo semplicemente costruito un mercato della selvaggina. E il cacciatore rischia di diventare soltanto l’ultimo anello della catena commerciale.

LA CACCIA NON SI SALVA PRODUCENDO PIÙ SELVAGGINA: SI SALVA PRODUCENDO PIÙ SELVATICO

Questa dovrebbe essere la domanda centrale di qualsiasi riforma della caccia, non: quanti animali possiamo allevare? Ma: quanti animali selvatici è capace di produrre naturalmente il nostro territorio? Non dobbiamo aumentare la produzione di animali da immissione. Dobbiamo aumentare la capacità degli ecosistemi di produrre fauna selvatica. Dobbiamo ricostruire habitat. Dobbiamo recuperare zone di rifugio. Dobbiamo gestire il territorio agricolo in funzione anche della biodiversità. Dobbiamo creare veri serbatoi faunistici. Dobbiamo proteggere le aree di riproduzione. Dobbiamo utilizzare la scienza per stabilire quanti animali ci sono realmente, quanti se ne possono prelevare e quali specie devono essere protette. E soprattutto dobbiamo restituire al cacciatore un ruolo nella conservazione della fauna, non soltanto quello di consumatore di selvaggina.

LA LEZIONE DEL PASSATO

Forse dovremmo avere il coraggio di guardare indietro senza nostalgia e senza ideologia. Le vecchie Riserve di caccia avevano certamente difetti e non erano un modello perfetto, ma avevano una caratteristica fondamentale: la fauna selvatica aveva territori nei quali vivere e riprodursi senza essere continuamente sottoposta alla pressione dell’uomo. Oggi dobbiamo trovare un modello moderno che recuperi quella funzione senza tornare al passato. Un modello nel quale la conservazione della fauna venga prima dell’abbattimento. Nel quale il territorio venga gestito prima della selvaggina. Nel quale la scienza stabilisca i numeri. E nel quale il cacciatore torni ad essere parte della gestione e della conservazione del patrimonio faunistico. Perché se continuiamo a sostituire il selvatico con il prodotto di allevamento, potremo forse continuare a chiamarla caccia. Ma rischiamo di averne già perso il significato. La caccia non morirà perché mancheranno i fucili. Morirà quando nel territorio non ci saranno più animali selvatici capaci di alimentare quella passione che per secoli ha legato l’uomo alla natura. E allora la domanda che dobbiamo rivolgere alla politica è una sola:

VOGLIAMO SALVARE LA CACCIA O VOGLIAMO SEMPLICEMENTE SALVARE IL MERCATO DELLA SELVAGGINA?

Vasco Feligetti