Cinghiale, ungulati e l’errore che nessuno vuole ammettere: la Legge 157/92

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Di Vasco Feligetti –

Da anni si parla dei danni provocati dalle specie invasive, degli ungulati in particolare.
Si moltiplicano convegni, studi, tavoli tecnici. Ma si evita accuratamente di dire la verità: il problema nasce da una legge sbagliata, la Legge 157/92.

Io non parlo per sentito dire.  Vado a caccia da quasi sessant’anni, il bosco è casa mia, e ho assistito in prima persona all’evoluzione della specie cinghiale in Italia.

Il cinghiale ricompare nel nostro Paese nei primi anni Settanta, introdotto a scopo di ripopolamento. Per anni la sua presenza rimane limitata. La caccia alla specie è praticata quasi esclusivamente nelle riserve, dove ancora oggi gli animali vengono allevati in recinti adeguati. Le squadre sono piccole, pochi cacciatori, pochi cani. È caccia vera, dura, legata al territorio.

La svolta arriva con l’abolizione della Legge 968 e l’introduzione della 157/92. Nel giro di dieci anni il cinghiale colonizza l’intero territorio nazionale. I danni alle colture esplodono e, già intorno all’anno 2000, la specie viene ufficialmente classificata come invasiva.

Non è successo per caso.

La 157/92 ha consentito alle squadre di cinghialai di gestire in esclusiva settori di caccia, trasformandoli di fatto in aree private. Settori ripopolati senza controllo, foraggiati sistematicamente con governe, dove l’obiettivo non era più la caccia, ma la produzione di animali.
Così sono aumentati i cinghiali. E così sono aumentate le squadre: più numerose, più organizzate, più strutturate.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una specie fuori controllo, non più cacciata per passione venatoria, ma sempre più spesso gestita come risorsa economica.
Oggi si parla di “controllo”, di operatori formati, ma nella realtà, in troppi casi, il fine è uno solo: il lucro.

E ora?
Ora si parla di riformare la legge quadro, ma ancora una volta si evita il problema centrale: una riforma radicale della caccia agli ungulati.

Al contrario, la direzione è chiara: completare l’errore originario della 157/92, regalando alle AFV ciò che mancava, la caccia con scopo di lucro. Non più gestione faunistica, non più cultura venatoria, ma industria venatoria.

Questa non è una soluzione, è una condanna. Una legge scritta così segnerà la fine della caccia tradizionale e popolare, escludendo chi la caccia l’ha sempre praticata come passione, responsabilità e servizio al territorio.

E i danni di tanta insipienza li paghiamo tutti. Perché oggi non è fuori controllo solo il cinghiale. Lo è anche il lupo, favorito da un’abbondanza innaturale di prede, cinghiali, caprioli e daini, una equazione direttamente proporzionale, “più prede  più lupi”,  che prima del 1992 non esistevano in questi numeri.

Oggi si invoca l’abbattimento dei cinghiali, domani si dovrà parlare anche di abbattimento del lupo.
Il Lupo è un’altra vittima della 157/92, del consumismo, del falso ambientalismo, del progresso senza gestione.

Il frutto avvelenato di decenni di scelte ideologiche, prese da chi il bosco non lo vive, non lo conosce e non lo rispetta.