Chi oggi rivendica di aver “salvato la caccia sociale” dovrebbe prima spiegare perché ogni riforma firmata, ispirata o benedetta dagli stessi ambienti che produssero la Legge 157/92 ha sempre avuto un solo risultato: meno cacciatori, meno diritti, più concessioni e più denaro come discriminante d’accesso.

Categorie: News

Di Vasco Feligetti –

Chi oggi rivendica di aver “salvato la caccia sociale” dovrebbe prima spiegare perché ogni riforma firmata, ispirata o benedetta dagli stessi ambienti che produssero la Legge 157/92 ha sempre avuto un solo risultato: meno cacciatori, meno diritti, più concessioni e più denaro come discriminante d’accesso.

Il nuovo DDL di modifica alla 157/92 non nasce dal nulla. Nasce dallo stesso metodo, dalle stesse stanze, dagli stessi interlocutori che nel 1992 firmarono la fine della caccia popolare in Italia, provocando in soli tre anni (92/94) l’uscita di oltre 450.000 cacciatori dal sistema venatorio nazionale.

Allora come oggi, qualcuno parlò di equilibriomediazionemodernizzazione. E allora come oggi, il conto lo pagarono i cacciatori comuni, non le dirigenze. È quindi francamente surreale ascoltare oggi proclami trionfalistici secondo cui la caccia sociale sarebbe stata “salvata” quando il DDL rafforza modelli concessori e selettivi; legittima una gestione sempre più privatizzata del territorio; riduce il cacciatore a utente funzionale non titolare di un diritto sociale; apre definitivamente alla caccia come attività per chi può permettersela. Se questo è “salvare”, allora qualcuno dovrebbe avere il coraggio di spiegare da cosa. La caccia sociale non è morta per caso. È stata smontata pezzo dopo pezzo, in nome di una governabilità che ha sempre escluso i più deboli e premiato chi stava vicino al potere.

Non è un caso se il presidente di ANLC, Paolo Sparvoli, ha parlato apertamente di fine della caccia sociale. Non un proclama, ma una preoccupazione politica fondata: il DDL di modifica alla 157/92 va esattamente nella direzione già vista trent’anni fa, un’altra riforma “equilibrata” che ha prodotto il più grande esodo di cacciatori della storia repubblicana.

E oggi, davanti all’ennesima “riforma”, qualcuno pretende anche gli applausi.

Il percorso del DDL nasce, come nel 1992, nell’area FIDC. È quindi oggettivamente insostenibile che il presidente Buconi rivendichi di aver “salvato” la caccia sociale: non si può essere allo stesso tempo architetti del processo e salvatori degli effetti sociali che quel processo produce.

Il presidente Maffei (Arcicaccia) dichiara di aver combattuto il DDL per difendere la caccia sociale, ma resta dentro FONDAZIONE UNA, cioè dentro la cornice culturale che rende quel DDL possibile. Se davvero quel testo era incompatibile con la caccia sociale, la dissociazione da UNA era un atto dovuto, non una scelta facoltativa. Non averlo fatto pesa più di qualunque comunicato. Il testo del DDL è stato discusso mediato e accettato al tavolo di UNA dove Maffei Acicaccia, sedeva insieme a FIDC, Enalcaccia e CNCN.

Faziosa, nel comunicato di Maffei, la risposta al presidente ANLC Sparvoli: «…la caccia sociale l’ha uccisa questo Governo, adesso, votando questo sciagurato emendamento»

 Accusare il Governo serve a evitare un’autocritica, dire “è colpa del Governo” evita di rispondere alla domanda vera:

Perché non vi siete dissociati prima da un impianto normativo che apriva chiaramente alla fine della caccia sociale?