Il porto d’armi e il paradosso del poligono: servono leggi chiare, non controsensi

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di Vasco Feligetti

– In Italia la confusione legislativa è ormai diventata la regola, anche in materia di armi e poligoni di tiro. Oggi ci troviamo davanti all’ennesimo paradosso: un cittadino titolare di porto d’armi in corso di validità non può recarsi al poligono se non ha versato la tassa governativa. Al contrario, con una semplice istanza al Questore, e senza essere titolari di porto d’armi, si può ottenere l’autorizzazione al tiro a segno.

Non solo. Non è sufficiente integrare la tassa ridotta di 50 euro per l’uso sportivo se, nell’anno precedente, non è stata versata la tassa ordinaria. In sostanza: il porto d’armi resta formalmente valido, ma l’accesso al poligono diventa vietato. Una contraddizione lampante, che mette in difficoltà i cittadini rispettosi della legge, genera disparità di trattamento e apre la strada a interpretazioni diverse da Questura a Questura.

Il risultato? Cacciatori e tiratori che, pur in regola con il titolo abilitativo, si trovano bloccati da una norma ambigua, scritta male e applicata peggio. Non stiamo parlando di un dettaglio burocratico, ma del diritto ad esercitare attività sportive, di addestramento e di controllo delle proprie armi in sicurezza.

La politica non può continuare a ignorare questa situazione. Servono regole chiare, univoche e soprattutto coerenti. Non è accettabile che un cittadino con porto d’armi valido sia considerato idoneo per la caccia ma non per allenarsi in un poligono riconosciuto. È tempo che il legislatore affronti questa contraddizione e restituisca ai cittadini la certezza del diritto.