La caccia vera rischia di finire nei libri di storia

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Di Vasco Feligetti – La proposta fatta in commissione dal presidente ANLC Sparvoli di prolungare la stagione venatoria fino al 10 febbraio per colombaccio, gazza, cornacchia e ghiandaia è una delle poche modifiche realmente sensate emerse nel dibattito sulla riforma della legge 157.

Non si tratta di un regalo ai cacciatori, ma di una misura che tiene conto della realtà faunistica attuale. I corvidi sono ormai presenti in densità elevate, esagerata su gran parte del territorio nazionale e la loro pressione predatoria sui nidi di numerose specie protette è sotto gli occhi di tutti. Passeri, cince, codibugnoli, verzellini, cardellini, fringuelli, verdoni, merli e molti altri piccoli uccelli subiscono ogni primavera una predazione intensa di uova e nidiacei.

Altrettanto logico sarebbe affrontare con coerenza la gestione del colombaccio. Oggi, infatti, si assiste al paradosso di una specie cacciabile fino all’inverno ma sottoposta a piani di controllo durante il periodo riproduttivo, dal 1° aprile al 15 settembre, quando gli abbattimenti possono interessare anche adulti intenti ad allevare i piccoli. È quanto emerge dal Piano di controllo del colombaccio della Regione Emilia-Romagna.

Il presidente Buconi teme che l’accoglimento della proposta di Sparvoli possa rallentare o addirittura compromettere l’approvazione della riforma. È una posizione comprensibile sotto il profilo politico, ma che lascia aperta una domanda: ha senso approvare una riforma purché sia, se poi non risolve i problemi reali della caccia italiana?

Le quindici giornate di libera scelta richieste da ANLC rappresenterebbero almeno un parziale riconoscimento ai cacciatori di migratoria, categoria che negli ultimi decenni ha visto ridursi progressivamente opportunità, tempi e territori di caccia.

La legge 157 del 1992 nacque anche dall’impronta della FIDC. Oggi, a oltre trent’anni di distanza, ci si sarebbe aspettati una riforma capace di restituire dignità e prospettive all’attività venatoria. Invece il rischio è quello di assistere al definitivo ridimensionamento delle poche Aziende Faunistico-Venatorie rimaste, realtà che, pur con tutti i loro limiti, rappresentano spesso gli ultimi territori dove una corretta gestione consente ancora di trovare selvaggina naturale.

Se questa è la direzione, il futuro appare già scritto: caccia consentita sulla carta per 365 giorni l’anno, magari con binocoli e termocamere, ma sempre meno occasioni di praticare quella vera, fatta di cane, territorio, fatica e selvaggina.

Sarebbe una sconfitta non solo per i cacciatori, ma anche per una cultura rurale che ha sempre trovato nella gestione responsabile della fauna il proprio fondamento.

E allora la domanda finale è inevitabile: vogliamo davvero una riforma che renda la caccia più moderna ed efficace, oppure una legge destinata a lasciare tutto com’è, con il rischio che la vera caccia diventi soltanto un capitolo dei libri di storia?