DDL Caccia: non è una riforma, è la resa della caccia italiana

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Ci raccontano che il nuovo DDL ha come obiettivo il controllo della fauna selvatica. È questa la giustificazione con cui i paladini della caccia, le associazioni venatorie, la più importante in modo particolare, hanno sostenuto la modifica della legge 157/92. Ma ancora una volta si evita accuratamente di affrontare il vero problema: il fallimento di una legge nata male oltre trent’anni fa.

La domanda che nessuno vuole porsi è semplice: “perché in poco più di trent’anni l’Italia ha perso circa (1.300.000) dicasi quasi un milione e mezzo di cacciatori?” È il dato più clamoroso e più drammatico della storia venatoria italiana. Eppure, nel DDL non c’è una sola risposta. Nessuna autocritica. Nessuna analisi. Nessuna volontà di correggere gli errori che hanno portato la caccia italiana alla crisi attuale.

Si continua invece sulla stessa strada, la priorità è diventata il controllo degli ungulati attraverso la cosiddetta caccia di selezione, trasformando il cacciatore sempre più in un operatore faunistico al servizio delle emergenze. Un modello che, guarda caso, favorisce il mercato delle armi, delle ottiche, delle munizioni e delle attrezzature specialistiche, mentre la gestione della fauna viene progressivamente consegnata agli interessi del mondo agricolo organizzato, con Coldiretti sempre più protagonista delle scelte politiche.

E la caccia tradizionale alla migratoria come sarà?

Per la migratoria non cambia assolutamente nulla, anzi, peggiora. Restano gli ATC, quei recinti amministrativi che hanno limitato la libertà di noi cacciatori, aumentato i costi e creato profonde disuguaglianze tra chi può permettersi di pagare più quote e chi invece è costretto a rinunciare. Un sistema fallimentare, dimostrato dai continui commissariamenti in numerose regioni, che invece di essere superato viene ulteriormente consolidato.

Anche la gestione del cinghiale rappresenta un esempio di ciò che non avrebbe mai dovuto accadere. La suddivisione del territorio in distretti ha finito per privatizzare di fatto questa forma di caccia, sottraendola alla collettività e producendo risultati disastrosi. I danni alle colture sono aumentati, i conflitti con gli agricoltori non sono diminuiti e, soprattutto, l’immagine del cacciatore è stata devastata. Agli occhi dell’opinione pubblica non è più il custode del territorio, ma il responsabile dei problemi della fauna selvatica.

La domanda, allora, diventa inevitabile.

Possiamo continuare ad affidare il futuro della caccia a chi l’ha portata in questa situazione?

A chi ha trasformato il cacciatore in un soggetto da controllare, rinchiudendolo dentro i recinti degli ATC ?

A chi ha progressivamente privatizzato l’attività venatoria?

A chi considera la fauna selvatica non più un patrimonio pubblico, ma una risorsa economica da amministrare secondo interessi di parte?

A chi ha causato l’abbandono della caccia, con la conseguenza di un peso  politico ormai inconsistente?

La sensazione è che questa riforma non sia stata scritta per i cacciatori italiani, o dai CACCIATORI, ma per soddisfare equilibri politici ed economici ben precisi. Se così fosse, sarebbe un gravissimo errore.

I cacciatori italiani hanno già dimostrato, negli ultimi trent’anni, cosa pensano di questo modo di governare la caccia: hanno semplicemente smesso di cacciare. Quasi un milione e mezzo di licenze perdute rappresentano una sentenza che nessuno può ignorare.

Oggi quella stessa politica rischia di commettere lo stesso errore, aggravandolo. Se il Governo approverà questa riforma senza ascoltare la base del mondo venatorio, dovrà assumersene tutta la responsabilità politica. Perché il malcontento cresce e il consenso non è infinito, il primo campanello d’allarme in parlamento è già suonato ieri….

La caccia italiana non ha bisogno di essere commissariata, venduta e lasciata gestire esclusivamente da chi l’ha demolita, non può rimanere soltanto nelle mani delle associazioni venatorie, ora più che mai la caccia ha bisogno di essere gestita da tecnici e restituita ai cacciatori, alla scienza e al buon senso. Tutto il resto significa continuare a scavare la fossa di una passione che ha segnato la storia, la cultura e la gestione del territorio del nostro Paese. 

Vasco Feligetti – palombe.it –