Mentre in Italia il dibattito sulla riforma della legge 157/92 continua a trascinarsi tra annunci, mediazioni e silenzi strategici, basterebbe osservare ciò che accade in Corsica per comprendere quanto la nostra politica venatoria sia lontana da una gestione realmente efficace della fauna selvatica.
Lì, davanti ai danni provocati dal cinghiale alle colture, non si moltiplicano tavoli tecnici, commissioni e giustificazioni burocratiche. Si interviene.
Dal 1° giugno al 14 agosto viene consentito il contenimento entro un perimetro circoscritto a 500 metri intorno alle colture, su richiesta del proprietario del fondo, proprio nel momento in cui il danno può essere prevenuto. La stagione venatoria ordinaria viene poi programmata fino al 28 febbraio, riconoscendo la reale consistenza numerica della specie e la necessità di un prelievo coerente con la situazione del territorio.
In Corsica poche parole e molti fatti, in Italia, invece, il cinghiale viene ufficialmente considerato fuori controllo, i danni all’agricoltura vengono denunciati da anni, la pressione sanitaria legata alla Peste Suina Africana viene evocata come emergenza nazionale, ma nel DDL di riforma non si intravedono interventi realmente risolutivi sul calendario e sulle modalità di prelievo.
La domanda è inevitabile: se davvero l’obiettivo è limitare i danni, perché non consentire la caccia nei periodi e nei luoghi in cui quei danni si verificano?
Perché si continua a preferire un sistema che lascia maturare il problema per poi rincorrerlo con piani straordinari, deroghe amministrative e risarcimenti spesso contestati?
Il paradosso appare ancora più evidente osservando altre specie considerate “problematiche”. In alcune regioni, come l’Emilia-Romagna, si autorizzano abbattimenti straordinari di colombacci persino in periodi prossimi alla nidificazione, mentre si continua a negare una discussione seria sull’eventuale estensione della chiusura venatoria a febbraio.
È una contraddizione che non ha nulla di tecnico e tutto di politico.
Si preferisce mantenere un sistema opaco, fondato su gestione straordinaria, selecontrollo, deroghe e abbattimenti amministrativi, piuttosto che riconoscere il valore di una caccia ordinaria, trasparente e regolamentata con la massima efficacia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: selvatici abbattuti destinati agli inceneritori invece che alla filiera alimentare, agricoltori insoddisfatti, cacciatori esclusi dalle scelte, fauna nobile sempre più rara o totalmente scomparsa.
In Corsica si caccia per prevenire il danno, in Italia si lascia che il danno avvenga, poi lo si certifica, lo si risarcisce – quando va bene – e infine lo si chiama gestione.
Se questa è modernità venatoria, allora è legittimo chiedersi se non sia semplicemente il nome elegante dato a un fallimento politico e tecnico che nessuno vuole davvero correggere.
palombe.it – Vasco Feligetti
