Di Vasco Feligetti – Dalla polemica sul DDL 1552 al silenzio sui piani di controllo in Emilia-Romagna: quando la fauna selvatica diventa uno strumento politico e l’informazione si trasforma in propaganda ideologica.
Se non fosse una questione seria, ci sarebbe quasi da sorridere.
Le stesse associazioni animaliste che oggi gridano alla “strage di animali” e al pericolo per i cittadini, parlando di fantomatiche cacce in spiaggia e scenari fuori da ogni realtà normativa, sono le stesse che solo ieri tacevano – o giustificavano – piani di abbattimento ben più concreti e incisivi, approvati e attuati senza esitazioni.
Non è tutela dell’ambiente.
Non è difesa degli animali.
È politica. Nel senso più strumentale e meno nobile del termine.
Perché quando il controllo della fauna viene deciso da amministrazioni “amiche”, diventa improvvisamente necessario, scientifico, inevitabile. Quando invece entra in un provvedimento nazionale sostenuto da un governo sgradito, si trasforma per magia in una “strage”, in un attacco alla biodiversità, in un pericolo pubblico.
E allora basta ipocrisie.
Chi oggi parla di “assenza di controllo scientifico” dovrebbe spiegare perché gli stessi metodi, gli stessi strumenti e gli stessi obiettivi diventano improvvisamente accettabili – e persino auspicabili – quando cambiano colore politico.
Chi evoca rischi per i cittadini dovrebbe avere l’onestà di distinguere tra uso legale e regolamentato delle armi e narrazioni costruite per generare paura.
Chi cita numeri e sondaggi dovrebbe avere il coraggio di dire come vengono costruiti, su quali domande, e con quali finalità.
Perché la verità è molto più semplice, e molto meno comoda. La fauna selvatica non si gestisce con gli slogan.
Non si tutela con i comunicati stampa. E non si difende ignorando la realtà dei territori.
Agricoltori che subiscono danni sempre più pesanti. Ecosistemi che perdono equilibrio. Emergenze sanitarie come la peste suina africana che avanzano.
Questi sono i problemi veri. Non le caricature costruite a tavolino.
Continuare a negarlo significa scegliere deliberatamente inoperatività e, l’inoperatività, in questo contesto, non è neutralità: è una responsabilità.
Perché senza gestione, la fauna non si protegge. Si abbandona. E l’abbandono produce esattamente ciò che oggi si finge di voler evitare: conflitti, squilibri, perdita di biodiversità reale quella che si misura sul campo, non nei comunicati.
A questo punto è giusto dirlo chiaramente.
Non siamo di fronte a un confronto ambientalista. Siamo di fronte a una battaglia politica combattuta sulla pelle della fauna selvatica. Una battaglia in cui: gli animali diventano strumenti emotivi, i dati diventano armi retoriche,
e la paura viene utilizzata per orientare l’opinione pubblica.
Nel frattempo, chi vive il territorio – agricoltori, gestori, cacciatori – viene sistematicamente escluso dal dibattito o, peggio, trasformato nel bersaglio.
È un errore grave.
Ma è anche una scelta precisa.
Perché riconoscere il ruolo di chi conosce davvero il territorio significherebbe riportare il confronto sul piano della realtà. E la realtà, evidentemente, è molto meno utile alla propaganda.
E allora la domanda finale è inevitabile:
si vuole davvero tutelare la fauna selvatica, oppure si vuole continuare a usarla come strumento di scontro politico? Perché finché non si avrà il coraggio di rispondere a questa domanda, ogni riforma, ogni intervento, ogni proposta sarà destinata a essere travolta non dal merito, ma dall’ideologia.
E a pagarne il prezzo, come sempre, non saranno né le associazioni né i politici.
Sarà la fauna selvatica, i cacciatori e il territorio.
