Di Vasco Feligetti –
Per anni il lupo è stato usato come bandiera ideologica. Intoccabile, sacralizzato, sottratto a qualsiasi discussione razionale. Oggi però i nodi vengono al pettine: il lupo non è più un simbolo, è un problema gestionale, creato dall’uomo e aggravato da leggi sbagliate.
Chi conosce davvero il territorio sa che il lupo, fino a pochi decenni fa era una presenza rara e localizzata. Sopravviveva in aree marginali, con popolazioni fragili e un equilibrio naturale severo. Nessuno ne metteva in discussione la tutela. Ma tutela non significa abbandono gestionale.
Dopo l’entrata in vigore della Legge 157/92, il territorio italiano è stato progressivamente trasformato. La fauna ungulata, (cinghiali caprioli e daini) è cresciuta in modo innaturale, spinta da politiche permissive, da ripopolamenti indiscriminati e da una gestione orientata più al profitto che all’equilibrio ecologico.
In questo contesto il lupo ha trovato un ambiente ideale: abbondanza di prede, assenza di controllo, protezione assoluta. Il risultato era prevedibile. Le popolazioni sono aumentate, si sono espanse, hanno colonizzato territori agricoli e periurbani, entrando in conflitto diretto con allevatori, pastori e comunità locali.
Eppure, invece di affrontare il problema, si è scelto ancora una volta di negarlo. Chi solleva dubbi viene accusato di essere nemico della natura. Chi chiede gestione viene etichettato come sterminatore. Un copione ideologico già visto, che ha prodotto solo danni.
Il lupo oggi non è fuori controllo per colpa sua. È vittima di un sistema che ha creato le condizioni per l’eccesso, e allo stesso tempo è diventato l’alibi perfetto per non ammettere gli errori del passato. Prima si è gonfiata artificialmente la base alimentare, poi si è lasciato crescere il predatore senza alcuna strategia.
Il paradosso è evidente: si invocano abbattimenti straordinari dei cinghiali, ma si rifiuta qualsiasi discussione seria sulla gestione del lupo. Come se le due cose non fossero intimamente collegate. Come se la natura funzionasse a compartimenti stagni.
La verità è scomoda ma semplice: non esiste tutela senza gestione. E non esiste gestione senza responsabilità. Continuare a negarlo significa condannare il lupo stesso a diventare un problema sociale, prima ancora che faunistico.
Chi ama davvero il lupo dovrebbe essere il primo a chiedere una gestione razionale, basata su dati reali, territori specifici e strumenti efficaci. Il resto è propaganda.
Se non si cambia rotta, il rischio è duplice: da un lato l’esasperazione delle comunità rurali, dall’altro una reazione politica brutale e tardiva, che pagherà proprio la specie che oggi si finge di proteggere.
Il lupo non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di buona gestione. E questa, da oltre trent’anni, è la grande assente.
