Di Vasco Feligetti –
Il cinghiale, oggi sempre più al centro del dibattito sulla gestione faunistico-venatoria, dovrebbe essere considerato una risorsa per la collettività. Un prelievo selettivo e ben gestito potrebbe, infatti, trasformarsi in una vera e propria filiera alimentare sostenibile, generando benefici per la comunità, riducendo i danni all’agricoltura e contribuendo alla salvaguardia della biodiversità.
Tuttavia, ciò che si osserva troppo spesso è una gestione distorta e opportunistica, dove piccoli gruppi traggono vantaggio personale da una risorsa che dovrebbe restare pubblica. In questo modo si rischia di alimentare dinamiche poco trasparenti e dannose, sia per l’ambiente che per il mondo venatorio.
I danni causati dai cinghiali, infatti, sono in continuo aumento e mettono seriamente a rischio gli investimenti nella gestione e nel ripopolamento della minuta selvaggina, la cui presenza è fondamentale per garantire un equilibrio faunistico e preservare le diverse forme di caccia.
A peggiorare la situazione, c’è l’accesso indiscriminato al territorio rurale, a tutte le ore del giorno e della notte, che compromette gravemente la tranquillità e la sopravvivenza della selvaggina stanziale. Questo fenomeno, unito a una gestione disordinata del cinghiale, mina le basi della gestione venatoria responsabile.
È quindi necessario un cambio di rotta: Il cinghiale non può e non deve essere risorsa esclusiva dei selecontrollori, ma deve tornare a essere un bene comune.
Le istituzioni regionali devono assumersi la responsabilità di gestire la filiera della carne selvatica, istituendo un sistema trasparente e tracciabile che premia chi si impegna con vera passione e senso civico, non chi lo fa per lucro.
La selezione faunistica, se vogliamo considerarla una “disciplina”, non deve mai diventare copertura legale per pratiche che rasentano il bracconaggio. Serve un sistema equo, che garantisca il rispetto delle regole e che valorizzi il ruolo del cacciatore consapevole, impegnato nella tutela dell’equilibrio ambientale.
Solo attraverso una gestione seria, trasparente e partecipata della fauna selvatica, potremo realmente parlare di conservazione, sicurezza agricola e futuro della caccia in Italia.
